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martedì 16 aprile 2013

L'assurdo nell'assurdità!

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Nel 2007, ad un anno e mezzo dall’entrata in vigore della Fini-Giovanardi, nelle montagne della Toscana dove viveva una pacifica comune composta da numerose famiglie che si ispiravano allo stile di vita dei nativi americani, grazie ad una “gentile” delazione, i carabinieri facevano un’incursione e scoprivano una rigogliosa piantagione di canapa ancora in fase vegetativa.
Ma, nonostante il numero elevato di piante, gli stessi agenti delle forze dell’ordine (che rimasero stupiti dall’organizzazione della comune, dall’educazione e dalla cultura espressa, dall’operosità evidenziata dai laboratori di artigianato, dagli orti, serre e allevamenti), si adoperarono immediatamente per non procedere ad alcun arresto e riuscirono a convincere sia il comandante di Grosseto e sia il GIP, che non esistevano pericoli di sorta in quanto gli incriminati erano distanti milioni di anni luce da qualsiasi forma o tendenza criminale.
La stessa impressione la ebbe il giudice in fase processuale, che assolse tutti i membri della comune con una strana ma efficace motivazione: “la buona fede”!
Addirittura il PM si dimostrò comprensivo chiedendo il minimo della pena, ma “la legge è legge” e dato che indipendentemente da tutto, la coltivazione di cannabis è assolutamente vietata, dopo la sentenza di assoluzione era inevitabile la sua richiesta di ricorso in appello.
E pochi giorni fa, dopo ben 6 anni dalla vicenda, si è celebrata l’udienza per il ricorso davanti ai giudici della Corte d’Appello di Firenze, che molto attentamente hanno ascoltato le motivazioni dell’avvocato Zaina che difende i membri della comune, le dichiarazioni del portavoce degli imputati che ha nuovamente cercato di difendere la dignità e la libertà espresse dall’esperienza comunitaria, ma soprattutto hanno recepito la richiesta del PM che ha ribadito la necessità di una pena (benché minima), perché il reato di coltivazione è pur sempre un reato!
E a questo punto riprendiamo il titolo “l’assurdo nell’assurdità!“, in quanto è stato del tutto sconcertante verificare quanto i giudici fossero del tutto consapevoli della qualità etica e sociale degli imputati, ma piuttosto che affermare queste qualità con un atto di coraggio confermando la sentenza di primo grado, hanno preferito, non senza qualche imbarazzo, attenersi alle disposizioni di legge perseguendo il discutibile principio enunciato dal Marchese del Grillo (e ripetuto più volte su questo sito in circostanze simili): “io so io e tu non sei un c….!“, ridando in pasto all’opinione pubblicaun’immagine distorta di chi coltiva canapa per uso assolutamente privato.
Lo sappiamo che non siete criminali, ma la legge dice che lo siete e quindi anche se non vorremmo, vi dobbiamo comunque condannare …in Italia il consumo è consentito, ma non la coltivazione…” e cosa ci può essere di più assurdo di questo, se oltretutto viene contemplato nel contesto di una legge che è una vera e propria assurdità concettuale e una vera e propria istigazione a delinquerespingendo i consumatori verso il mercato controllato dalla criminalità organizzata?
Noi non siamo criminali, perché non arrechiamo danno e non causiamo vittime!

I veri criminali sono Fini, Giovanardi e Serpelloni che continuano a provocare danni, vittime e sconcerto addirittura tra i giudici costretti a giudicare e condannare una criminalità inesistente!
Questo è quello che stiamo cercando di far capire da anni ed è questo che riandremo ad affermare alla Corte di Cassazione e poi, se questo non dovesse bastare arriveremo fino a Strasburgo, ma difenderemo ad oltranza la nostra dignità e la nostra libertà, perché oltre al Marchese del Grillo, possa scomparire per sempre anche la frase che lo ha reso noto e che ha purtroppo regolato fino ad oggi i rapporti tra qualsiasi potere e i cittadini!
Giancarlo Cecconi – ASCIA

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