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mercoledì 28 novembre 2012

L’importanza di chiamarsi Bedrocan.

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'Disaglio'
Rambaldo… un nome che ti segna. Uno sfregio permanente, uno scherzo. Quel nome lo ha marchiato, è stato sempre un bersaglio, fin da quando… si ricorda. Ha passato metà della vita a combinare casini e complicarsela, e l’altra metà a porvi rimedio. L’uomo impegnato socialmente… La sveglia scatta alle 8.30, mentre suona, la sua nausea è già al culmine. Neppure il tempo di prendere coscienza… Quando apre gli occhi, è già seduto. Dorme così… da più di un decennio. Corredo degli ‘effetti collaterali’ imposti dai suoi salvavita, che gli spianarono l’esofago e lo stomaco subito, fin dagli albori. Quando apre completamente gli occhi… è già schizzato davanti al cesso. Vomita il tradizionale ‘nulla’, quello che sconquassa il suo demolito stomaco vuoto. Bava saliva e bile. I conati gli sfondano lo stomaco, prova un freddo polare, ma allo stesso tempo suda come un maiale, è madido, e l’escursione termica rende tutto ancora più duro di quanto non lo sia già, quotidianamente, indissolubilmente, inguaribilmente. È completamente paonazzo, uniformemente agli occhi, che hanno perso retine e pupille trasformandosi in due palle di fuoco, che sembrano volergli uscire dalle orbite. Due angiomi gli segnano la fronte, sembrano due fiumi ,pulsanti, impazziti. La bile esce anche dal naso, il respiro perde colpi, la saliva è spessa come moccio, non si tronca neppure deglutendo con forza. Un supplizio quotidiano, perpetuo. Una volta durava tutto il giorno… Viveva 24 ore su 24 spossato, impaurito, incredulo… in balia degli “eventi avversi”, di cui non aveva mai sentito parlare e di cui non conosceva l’esistenza. Il respiro troncato dagli spasmi si riprende a fatica, ma riprende. Si butta un po’ d’acqua in faccia sul cranio e sul collo, il tempo di prendere un grosso respiro e guardarsi in faccia allo specchio. Si ripete ogni giorno che Dio manda in terra:
“Ehi testina! Non mollare. Ce la puoi fare…
D’altronde… che cazzo vuoi? Sei ancora vivo no? Allora… ringrazia il Signore! O chi per Egli.”
Avvolge la testa nell’asciugamano, anche se ha freddo, il suo corpo è bollente, quando si mette gli occhiali si appannano… meglio così, è uno spettacolo pietoso al quale non si abituerà mai.
Torna in camera alla svelta, rinfoderandosi nel letto con lo scalda sonno al massimo.
S’accascia sulla torre di cuscini. Tremante, cerca di prepararsi una cannetta di Bedrocan.
È l’unica cosa che lo aiuta a tamponare il vomito e la nausea.
Adesso, con un po’ di fortuna, starà male per il tempo che ci vorrà a riprendersi, e non languirà per tutto il giorno, com’era costretto fino a cinque anni prima.
Senza quel ‘farmaco’ legalmente acquisito, per lui e per tanti come lui, l’aderenza alla terapia sarebbe di fatto impossibile, e senza complianza… prima o poi si muore.
Quindi, alla fine della favola, quelle molecole, acquistano la stessa identica valenza dei salvavita… Sine qua non.
Rambaldo deve cercare di riprendersi… il prima possibile.
Ha un treno da prendere, una riunione e un’assemblea che l’aspettano a Milano.
“Niente da fare! La fottuta nausea non molla!”, il dubbio l’assale:
“Sarà ‘vestita’?”

Controlla se la terribile sensazione sia esatta, mentre continua ad essere scosso dai conati, si cala le braghe del pigiama.
Sente un tonfetto, per guardare, esegue una piccola goffa rotazione su se stesso. Ciaff!
“Menomale, non c’è niente.”
Quando sposta il piede però, c’è una formina circolare con l’impronta della sua ciabatta… il colore non lascia dubbi. È merda schietta.
Vomita e impreca, al peggio… non v’è mai fine.
Alla fine, straziato e umiliato, non rinuncia all’ironia.
“Che cazzo di vita! Un fottuto supplizio.
Tanto vale, sedermi sulla tazza e finire quello che il mio culo ha iniziato di sua iniziativa.”
Evacua, pulisce tutto e si lava. Deve ancora farsi la barba, ma non c’è più tempo.
L’ex moglie l’accompagnerà con l’auto in stazione, ma ci vuole tempo, quello che non ha più.
L’enigma del traffico è troppo, e non può rischiare.
Una volta vestito, sale in macchina come uno zombi.
Sballottato sul treno per giungere a Firenze, (chiuso in un cesso che sembra abbandonato dal secolo scorso) vomita due volte, rimanendo concentrato a centrare l’immondo cacatore.
È esausto:
“Porca troia! Come cazzo si fa’ a continuare a vomitare così? …qualcosa che non c’è?”
Mezzo intontito, quando scende a Firenze, con sua grande sorpresa, scopre che sul binario adiacente, c’è il freccia rossa che potrebbe prendere.
Invece l’organizzazione, gli ha prenotato quello che parte un’ora dopo.
Sembra una cazzata, ma in realtà non lo è.
Un’ora di differenza, gli avrebbe consentito di gettarsi in albergo, sciacquarsi un attimo, e magari, sperando, mangiare finalmente qualcosa.
Chiede all’omino in divisa. Gli risponde che ci vogliono 8 euro di differenza.
Una quisquiglia.
Il problema è che ha solo 10 euro in tasca.
Nel conto corrente ne avrebbe altri 12, ma non può prelevarli (perché i bancomat delle poste, partono tutti da un prelievo minimo di 20, se preleva da una banca, spenderebbe 3 euro di commissione… andando in rosso per un euro.
Anni fa gli successe. Una beffa, gli chiusero immediatamente il conto.
È solo un invalido civile, un pensionato sociale da due soldi, che non offre nessunissima garanzia.
Alla fine mandò a fare nel culo tutta la banca, e aprì un nuovo c.c. alle poste.)
In soldoni, all’atto pratico, vuol dire:
“Panino e acqua per terapia? …O nuovo biglietto?”
Rambaldo puzza di sofferenza, ma non ha dubbi.
Sceglie la terapia.
Lì per lì s’incazza, ma ormai è routine, consolidata da lustri.
Delle scelte di vita che ha fatto anni prima… nessuna è riconducibile al denaro o al successo.
Infatti si vede… si sente… si tocca… come recitava la datata pubblicità di un ammorbidente.
Il treno parte beffardo davanti alla sua faccia sbattuta, mentre rimugina sulla cronicità della sua assurda condizione.
È molto amareggiato, alle volte riesce ad aiutare gli altri, ma molto raramente se stesso.
Come sempre, in ultima analisi, per sopravvivere, non resta che fare buon viso a cattivo gioco.
Deve assolutamente mangiare qualcosa, ma prima deve assolutamente ‘distendere’ lo stomaco.
Ha bisogno di assumere un po’ di molecole di thc e dei suoi derivati, senza, sarebbe impensabile.
Si guarda in giro, e discretamente esegue il necessario.
Il suo stomaco purtroppo per lui, è ermeticamente sigillato (ma come sempre, solo in entrata) e fatica perfino ad ingerire cose inconsistenti come il fumo.
Esaurito il rito, lo stomaco si rilassa, il mondo acquista un'altra luce, anche se rimane una chiavica.
Salame e fontina. (L’ideale per chi ha lo stomaco a pezzi, ma le alterative non erano molto meglio.)
Ingoia il suo fottuto panino, bevendo l’acqua e assumendo la terapia. aspetta.
Appena salito sulla ‘freccia’ per Milano ricomincia il balletto.
Ma stavolta, qualcosa nello stomaco per fortuna c’è, il cesso è più pulito e confortevole, seppur più angusto. Alla fermata di Bologna… è ormai da rottamare.
Pensa con orrore e paura, a quando arriverà a Milano.
Uscito dalla stazione, ha solo 15 minuti per raggiungere l’ufficio; ma prima, deve passare assolutamente dal vicinissimo albergo.
Suda, trasuda e strasuda, da quando è sveglio…
Ormai puzza come una carogna in decomposizione.
Raggiunto l’hotel si sciacqua sommariamente e si cambia le maglie al volo, scende verso la metropolitana, nuovamente a stomaco vuoto, pensa sconsolato che ne avrà per ore.
Tra cazzi fisici, mentali e morali, non ha nessuna idea di come andrà a finire l’assemblea.
L’ambiente per lui non è più idilliaco, ma di una cosa però, è certo:
Che il suo presidente lo aspetterà al varco, nel corridoio sull’entrata, e dopo averlo scannerizzato con una rapida occhiata gli chiederà:
“Perché non ti sei fatto la barba?”
Infatti.
Una certezza convalidata.
Lui risponde laconico:
“Non ho avuto tempo”.
Si siede al suo posto e prende in mano la cartellina appoggiata sulla sedia.
Saluta tutti abbastanza sommariamente, l’epoca dei sorrisi e degli abbracci (sentiti) è finita da un pezzo, alcuni sono morti, altri se ne sono andati, altri hanno mollato.
L’epoca delle battaglie eclatanti è tramontata, adesso vige il politicamente corretto, l’orticello, per ragioni che Rambaldo non ha mai compreso fino in fondo. Pensa:
“Il mondo del volontariato, dell’associazionismo, delle Onlus, terra fertile di paraculi…”
Quando aveva iniziato ci credeva, veramente.
Dava un senso alla sua ‘non morte’.
La sentiva come una missione, come un appuntamento con la vita.
Come un ringraziamento alla Livella e una ragione a Dio, per averlo risparmiato.
Anche se nato e cresciuto nelle crepe della società, sull’orlo del baratro.
Non ha mai accettato di sopravvivere passivamente alla malattia, spesso in balia di medici inadeguati e multinazionali farmaceutiche senza scrupoli.
Ci mentivano. Qualcuno ‘in buona fede’, con totale ignoranza, altri c’ingannavano sistematicamente, con motivazioni sempre uguali.
Per acquisire carriera premi fama e privilegi.
Spesso mercanteggiando smaccatamente con i vari spacciatori di farmaci, eleganti, sorridenti e disinvolti, stazionanti come sciacalli nei corridoi del reparto.
In valigetta giacca e cravatta, alle volte addirittura nella sala d’aspetto, tra ‘pazienti’ presenti e ascoltanti, come me. Gli anni ’80 e ’90 …una vera merda, al servizio delle case farmaceutiche.
Tutti se ne fregavano del malato e si occupavano esclusivamente del virus e della ricerca.
Perché sono loro che producono soldi e successo, i malati portano solo intralci e impicci.
Per moltissimi tra dotti medici e sapienti, saremmo dovuti restare cavie ad honorem”.
Mentre i pensieri scorrono come cavi elettrici, si ritrova seduto con facce e situazioni che non riconosce più, è assente, pensa ai cazzi suoi.
“Volevo crescere, evolvermi.
Con consapevolezza e accettazione, ed eventualmente… rendermi utile.
Ho lottato con tantissime altre persone a viso aperto, in mezzo mondo.
Ognuno portando il suo, quello che aveva, quello che poteva, quello che voleva.
Non c’erano (e non ci sono) vecchi e nuovi sieropositivi.
Eravamo tutti pazienti, chi con più esperienza e memoria storica, altri con più entusiasmo e paure, ma tutti esattamente nella stessa barca.
Reclamavamo per tutti i diritti negati, per l’accesso alle terapie per tutti, perché i pazienti avessero voce in capitolo e fossero ascoltati nel gravoso e mortale fardello della gestione terapia e dei suoi effetti. Abbandonati a noi stessi. Mentre le medicine ci deformavano, ed erano così toste, da ammazzarci quanto la malattia stessa…”
La riunione scorre tra numeri e cifre di bilancio… a Rambaldo… non frega una sega.
Li guarda discretamente uno ad uno, e pensa alla metamorfosi compiuta dal tempo e dagli uomini.
Nella sala riunioni le chiacchiere scorrono tra cifre e consuntivi, tra eventi e progetti… bla bla bla…
Rambaldo pensa a quello di cui avrebbe voluto discutere, invece, se lo pensa per i cazzi suoi.
“La ricerca è fondamentale, non ci piove (anche se i fondi continuano ad essere sempre più tagliati, indipendentemente), ma non si possono e non si devono dimenticare gli aspetti umani e sociali, etici, doverosi per una società civile e democratica.
Non si dovrebbe girare la schiena alle persone, comunque malate di una malattia mortale e (ad oggi) inguaribile, che in aggiunta porta con se uno stigma iniquo.
Molte sono le genti, che non hanno santi in paradiso né mecenati in terra, senza famiglia o affetti. Quelle genti, che cercano di sopravvivere con 253 euro al mese, quando glieli danno.
Persone al quale è precluso quasi tutto, fisicamente e socialmente.
Le multinazionali farmaceutiche, dovrebbero adoperare risorse anche per innalzare la qualità della vita, come per esempio passare integratori gratis a quelli che sono in cachessia, in deperimento organico, e/o mettendo a disposizione molti altri farmaci che producono, e che aiuterebbero a combattere gli effetti collaterali, gran parte dovuti ai loro farmaci.
Non si è mai capito (o si capisce troppo bene) perché lo stato spenda fior di miglia di euro per la terapia, ma in concreto non consenta di sopravvivere al paziente, se non spianandogli la dignità.
La sanità non dovrebbe essere un’azienda, i malati (tutti i malati, nessuno escluso) dovrebbero avere diritto alle cure adeguate, e non schiattare dietro i tagli dei consigli d’amministrazione.
Per la nostra costituzione la salute è un diritto, per tutti, non una merce.”
Lo sguardo si fa’ lungo.
Ricorda come e quando erano trattati come cavie…
In attesa della dipartita, come involucri di pastiglie, senza persone dentro.
Soffrendo e sopravvivendo, con dolore, paura, senza riuscire a capire neppure quel che stava succedendo al proprio corpo, che cambiava, si deformava.... mutava, anch’esso, …come il virus.
“Ma nessuno ce lo aveva detto, come non ci avevano detto tante altre cose che invece poi, hanno dovuto sputarci in faccia per forza.”
Rambaldo si guarda attorno, i tempi della lotta dura senza paura sono finiti per fortuna, ma non riconosce più nessuno, neppure tra quei quattro reduci di mille battaglie.
La riunione finisce senza discussioni particolari.
Sostanzialmente, non ha più voglia di sprecare energie e T4…
Il livello s’è abbassato in tutto, quindi non partecipa, e quando ‘gli tocca’, partecipa con riluttanza.
Si è un po’ stufato di scoprirsi il culo per gli altri, che tra l’altro non apprezzano neppure molto.
Lo deve necessariamente accettare, ma a malincuore, percependolo come un fallimento.
Sente quello che Paz avrebbe chiamato “il segno di una resa invincibile”.
È un ambiente e un mondo deludente, per un idealista imbecille e sognatore fuori corso, come lui.
A determinati livelli, tutti si comportano come grandi attori, mentono con totale sincerità.
Ma lui non ha carriere da inseguire, niente da speculare e soprattutto niente da guadagnare.
Ha imparato a mentire da professionista quando era ancora un inaffidabile e poco raccomandabile ragazzetto, e alla fine, ha compreso e assimilato, che mentire è come cagare sott’acqua…
Prima o poi, gli stronzi… vengono sempre a galla.


Fine prima parte.

Giuseppe Zumbo

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