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mercoledì 23 maggio 2012

Cannabis terapeutica ed equivoci da evitare

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Riflessioni dopo la recente apertura della Regione Toscana. La diffidenza nasce da un malinteso

MILANO - In Italia, i malati "ufficiali" che usano cannabis terapeutica sono circa un centinaio. Nella realtà, però, si stima che migliaia di pazienti facciano ricorso all’auto-coltivazione o al mercato nero. La legge regionale toscana sull’uso terapeutico dei cannabinoidi, approvata il 2 maggio scorso, ha se non altro il merito di voler portare alla luce questo "sommerso", con tutte le garanzie del controllo medico e abbreviando i tempi del lungo percorso burocratico previsto oggi dalla normativa nazionale per procurarsi i farmaci a base di cannabis su prescrizione medica. I più critici nei confronti dell’iniziativa mettono in dubbio la validità scientifica della terapia e sollevano il timore di un’apertura allo "spinello libero". È davvero così?

DIFFIDENZA - «Nella società c’è un po’ di diffidenza — ammette Daniela Parolaro, farmacologa dell’Università Insubria di Varese da 20 anni impegnata nello studio sui cannabinoidi —. Secondo me, c’è sempre un malinteso: un conto è parlare di potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi e un conto dello spinello libero, al quale personalmente sono contraria. L’utilizzo dei cannabinoidi a scopo medico non si riferisce necessariamente al THC (delta9-tetraidrocannabinolo) che ha effetti psicotropi, ma anche ad altri cannabinoidi non psicoattivi quale il cannabidiolo o alla loro associazione, comunque utilizzando dosaggi diversi e lontani da quelli dell'abuso. Non è la stessa cosa e finché non si chiarisce bene questo, andrà sempre a detrimento di tutti. Dunque è importante controllare le preparazioni e l’accuratezza del dosaggio. Nelle molte situazioni in cui le terapie tradizionali sono efficaci il vantaggio dei cannabinoidi potrebbe essere quello di avere ridotti effetti collaterali; in altri casi i cannabinoidi potrebbero rappresentare un’alternativa per i pazienti che non rispondono alle cure, in altri casi ancora la co-somministrazione di cannabinoidi e farmaci tradizionali potrebbe potenziarne l’effetto».

 PRINCIPI ATTIVI - Cerchiamo di chiarire meglio anche con l’aiuto di Vincenzo Di Marzo, coordinatore dell’Endocannabinoid research group del Cnr Pozzuoli. «I principi attivi prodotti solo dalla cannabis sono più di 70 — spiega —. I più noti sono il THC, che conferisce ai preparati di cannabis le proprietà psicotrope e ne implica l’uso ricreazionale e l’abuso, ed il cannabidiolo, che invece non è psicotropico ma ha proprietà farmacologiche, principalmente antinfiammatorie e neuroprotettive, molto promettenti». Effetti collaterali? «Il cannabidiolo è abbastanza sicuro, e recentemente è stato somministrato a pazienti con schizofrenia, mitigandone i sintomi ad una dose di ben 800 mg/die, senza rilevanti effetti collaterali — racconta Di Marzo —. L’efficacia del THC, invece, è limitata dai suoi effetti psicotropici, che il paziente generalmente non tollera. La co-somministrazione di cannabidiolo sembra attenuare gli effetti psicotropici del THC e quindi consentirne la somministrazione a dosi più elevate». In campo medico le applicazioni del THC e degli altri principi attivi sono parecchie.

USI TERAPEUTICI - «Grazie alle sue proprietà anti-emetiche e appetito-stimolanti, il THC è usato già da molti anni contro la nausea e la perdita di peso in pazienti sotto chemioterapia ed in pazienti con AIDS — dice Di Marzo —. Recentemente una miscela standardizzata di due estratti da varianti di cannabis, selezionate per produrre prevalentemente THC e cannabidiolo, rispettivamente, è stata approvata in Canada per il dolore in pazienti con cancro o sclerosi multipla, e in diversi Paesi europei per il trattamento della spasticità nella sclerosi multipla. In modelli animali, sia il THC e gli inibitori della degradazione degli endocannabinoidi, attraverso i recettori cannabici, sia il cannabidiolo, attraverso numerosi bersagli molecolari, si sono rivelati promettenti nel trattamento di numerose patologie: neurologiche, infiammatorie, metaboliche, respiratorie e cardiovascolari. Gli studi clinici sono però ancora troppo pochi». Proprio su questo aspetto insiste Adriana Turriziani, presidente della Società italiana di cure palliative: «Come Società scientifica — dice — auspichiamo l'avvio di studi clinici controllati (randomizzati a doppio cieco) che possano valutare l'effettiva efficacia dei cannabinoidi nel confronto con gli altri oppiacei usati, e sperimentati, da decenni».


Ruggiero Corcella

fonte: http://www.corriere.it/salute/


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