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venerdì 17 giugno 2011

Di proibizionismo si muore

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Sinistra Ecologia Libertà - con Nichi Vendola
E’ uscito pochi giorni fa il rapporto della Global Commission in materia di proibizionismo. Dopo cinquant’anni di war on drugs, oltre la maggioranza dei 19 saggi (come li definisce Sofri in un bell’articolo su Repubblica) della GC risultano essere ora proibizionisti pentiti. Il proibizionismo delle sostanze leggere è dunque fallito anche per loroHa fallito, e noi lo sosteniamo da anni. Hanno fallito le politiche di criminalizzazione dei consumatori portate avanti dalla legge Fini/Giovanardi con la proliferazione di detenuti per reati connessi all’uso di sostanze; ha fallito nella lotta alla narcomafia perché revisionando le tabelle, ed equiparando il possesso di marijuana al possesso di cocaina non si è fatto altro che aiutare le narcomafie ad aumentare i loro profitti, sostituendo la marijuana con la cocaina nel mercato illegale (il costo della marijuana è aumentato spropositatamente, mentre quello di cocaina ed eroina si è abbassato a tal punto da renderle estremamente più accessibili). Inoltre, non è previsto alcun tipo di controllo sulla qualità di queste sostanze.
Nel 2004 il Parlamento Europeo votò una risoluzione che già bocciava gli esiti della war on drugs – la risoluzione Catania – dando ai Paesi membri la possibilità di revisionare le politiche antidroga. Il nostro governo, ovviamente concentrato sulle politiche securitarie, invece di avvalersi di ricerche scientifiche supportate da eminenti ricercatori e di una risoluzione che in ambito privato sanciva un momento di svolta nell’immaginario europeo sui diritti personali, ha innalzato ulteriormente il livello di criminalizzazione portando a risultati devastanti il sistema carcerario, riempiendo a dismisura le patrie galere di consumatori e costringendoli a trattamenti terapeutici coatti, attraverso la somministrazione di psicofarmaci.
La prevenzione e la cura possono avvenire solo attraverso un’opera di educazione socialesull’uso e sull’abuso, come avvenne per l’alcool.
Di proibizionismo si muore. Lo sosteniamo da anni, in politica come nelle piazze, anche attraverso l’appuntamento annuale della Million Marijuana March.
E questo abbiamo sostenuto quando è avvenuto il caso Aldovrandi, il caso Cucchi, il caso Bianzino. Assistiamo sbigottiti a casi come quello di Fabrizio Pellegrino, un artista di Chieti da anni intrappolato da una sclerosi degenerativa, che ha scelto di curarsi con la cannabis, e che ogni sei mesi si trova a subire un processo per possesso di piantine di cannabis. Fabrizio non acquista dalle narcomafie, si autoproduce la sua medicina, non rappresenta un pericolo sociale e non lede la sicurezza di nessun’altro. Eppure, per lo Stato italiano, Fabrizio è un ragazzo daprocessare due volte l’anno.
Le risposte del DPA (Dipartimento Politiche Antidroga) sono imbarazzanti, arretrate e intrise di paura. Non si riesce ad affrontare l’argomento da un punto di vista scientifico e non ideologico, lontani da quel clima di criminalizzazione dei comportamenti. Addirittura il DPA ribadisce che il proibizionismo ha aiutato a limitare i casi di infezioni e patologie di dipendenza come la TBC e HIV e di overdose. Vorrei ricordare, a questi eminenti signori, che non sussiste alcuna relazionetra l’uso partecipato di cannabis ed il diffondersi di patologie gravi, per non parlare della totale inesistenza di casi di overdose da marijuana.
Chè ne dica il DPA, il consumo di sostanze è in continuo aumento e l’unica metodologia applicabile, affinché le giovani generazioni sappiano comprendere e discernere, è quella di togliere l’equiparazione tra sostanze leggere e pesanti, e regolamentare la coltivazione domestica.
Un anno fa lanciammo come SEL un manifesto provocatorio che riportava lo slogan “Legalizzare e Tassare”. Legalizzare per liberare la pianta di marijuana dalle mani del narcotraffico (i guadagni del narcotraffico risultano essere le principali forme di finanziamento delle associazioni mafiose); legalizzare per riportare la tematica in ambito sanitario e scientifico ed allontanarla dall’ambito criminale (ogni giorno si effettuano dai 5 ai 10 arresti per possesso e coltivazione in proprio) e restituire quindi l’impegno delle forze dell’ordine nell’ambito della vera lotta al narcotraffico internazionale di sostanze pesanti come cocaina ed eroina; legalizzare perché non si continuino a criminalizzare i comportamenti personali e non possa più accadere quello che ogni sei mesi accade a Fabrizio.
Tassare perché come negli anni ’50 il nostro paese potrebbe ritrovarsi, grazie al nostro clima, ad essere una terra ideale per la coltivazione, favorendo la crescita, l’occupazione nei vari livelli della filiera, e quindi aiutare l’uscita dalla crisi economica; tassare perché occorre regolamentare una procedura di controllo di qualità della sostanza per evitare i casi di inquinamento in favore del profitto, come accade invece oggi.
In ultimo ci tengo a ricordare che anche l’alcool ed il tabacco sono sostanze dichiaratamente tossiche. In Italia la loro vendita e libera circolazione è regolamentata dal monopolio dello Stato, e non risulta minimamente che questo abbia provocato un aumento esponenziale dei consumi o tanto meno un allarme sanitario che ne possa determinare la proibizione.
Perciò mi auspico che l’invito della Global Commission di optare verso forme di regolamentazione o legalizzazione dell’uso della cannabis venga veramente valutato ed accolto, ponendo fine al proibizionismo di sostanze leggere, favorendone anche l’accesso alla cura. E’ una battaglia di civiltà che non ci possiamo permettere ancora di sottovalutare.
Ylenia Daniello
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